NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo

Notizie Acli

Stampa

CONTRASTO ALLA POVERTA'

Scritto da Manuela Abbate. Postato in Notizie Acli

Questo piccolo progetto cui abbiamo aderito è diventato operativo in queste settimane per contribuire a dare  supporto alle nuove povertà, non facilmente intercettabili, prodotte dal Covid19. Ci aggiungiamo così alla rete sociale  che dà risposte alla povertà  con l’obiettivo di sostenere alcune famiglie di “nuovi poveri” segnalati dai nostri Circoli —10 come minimo— garantendo  loro una spesa settimanale di alimenti base che verrà recapitata direttamente nelle loro case per 2/3 mesi.   Il tuo aiuto sarebbe davvero utile.  Unisciti a noi contribuendo a questa giusta causa.  Puoi collaborare facendo una donazione sul seguente conto corrente bancario delle Acli biellesi   IT11V0609022303000010200402  con la causale “una mano per la spesa”.  Della gestione del progetto verrà data completa documentazione.

Stampa

Monastero di Bose: una riflessione

Scritto da Manuela Abbate. Postato in Notizie Acli

 

Proponiamo ai nostri lettori la riflessione che segue. su cosa ha rappresentato negli ultimi decenni il Monastero di Bose per molti cristiani non solo italiani a seguito delle recenti notizie di stampa sull’allontanamento di Enzo Bianchi. fondatore e priore sino al 2017 del Monastero stesso (monasterodibose.it ) di Gianni Di Santo 4 giugno 2020 ( da vinonuovo.it)

Con una felice intuizione lessicale, lo storico del cristianesimo Massimo Faggioli ha parlato

recentemente di “Generazione Bose”, riferendosi a come la Comunità di Bose, attraverso il

suo fondatore, il laico-monaco Enzo Bianchi, abbia influenzato teologicamente,

pastoralmente, ecclesialmente, perfino politicamente e socialmente, tutta una generazione

di cristiani impegnati in un lungo percorso storico che va dal pontificato di Wojtyla a quello

di Benedetto XVI. Sì, la parola giusta per definire un tempo e uno spazio in cui da Bose ha

soffiato forte il vento rinnovatore del Concilio Vaticano II, è proprio questa: Generazione

Bose.

Tantissimi, soprattutto nell’arco temporale della prima “fase” storica di Bose che va dal

momento della sua fondazione, nel 1965, ai primi anni degli anni duemila, sono stati

accompagnati da Bianchi e dalla Comunità a pensare la Chiesa, il mondo e la società in

modo nuovo e a vivere il vangelo sulla strada qualche volta acciaccata delle relazioni,

degli affetti. Con una voglia di sentirsi parte attiva di una Chiesa che guarda al mondo con

fiducia e dialoga con esso. Non si può dimenticare, in questa fase, la critica alla religione

civile, agli atei devoti e ai valori non negoziabili che Bianchi non ha mai messo di

sottolineare. Poi, in una seconda fase di espansione della Comunità, che giunge fino a

oggi al pontificato di papa Francesco, la formazione e la critica selettiva hanno lasciato

giustamente lo spazio anche a una esperienza più popolare e inclusiva.

Generazione Bose per il gusto di un cristianesimo sobrio, bello, creativo, libero,

coraggioso, paziente e mai rivoltoso, nella sua radicalità fortemente selettivo ma che non

ha rinunciato alla sua popolarità. Generazione Bose perché questo cristianesimo non si è

organizzato in movimenti, in gruppi particolari, ma ha fatto breccia semplicemente nella

vita di chi si è formato a Bose. Un cristianesimo partecipe della vita del Paese, attento a

una Chiesa semper reformanda, e per quello che ha potuto, in sintonia con quelle che

Giorgio la Pira chiamava le attese della povera gente. Sintonia con le fragilità e le povertà,

e sintonia, soprattutto negli ultimi anni, con la questione dei migranti in cerca di pane e

libertà.

Ma, inutile nascondercelo, Bose ha rappresentato anche una dolce, appassionata e non

controllata anomalia in un mondo, quello ecclesiale, che non è ben allenato a sopportare

per lungo tempo le anomalie. Un’anomalia, anche qui, che non si è sedimentata solo

all’interno della Comunità di Bose, ma ha preso le strade delle parrocchie, delle

congregazioni religiose, degli intellettuali, persino agnostici, persino atei. Come se da quel

sacro fuoco vivo di Bose che ardeva sempre di più, la cenere si sia posata, complice il

vento, su una gran fetta del cattolicesimo italiano.

Anomalia liturgica, con un Salterio di Bose che pian piano è stato adottato da molte

comunità religiose e laiche, anomalia teologica-intellettuale, con lo scoprire nell’umanità di

Gesù di Nazareth il segreto di un annuncio del vangelo profetico, anomalia

istituzionale-gerarchica, con quell’essere monaci ma laici al contempo stesso e

un’autonomia finanziaria che ha permesso libertà e coraggio. C’è anche un’anomalia

architettonica, perché persino le chiese costruite da Bose hanno una loro luce particolare,

un loro stile, uno spazio per l’altare e via dicendo, un’anomalia musicale, questa sì

davvero di altissimo livello, con la musica sacra a disposizione della litania dei salmi ma

anche del popolo di Dio, un’anomalia editoriale, con la edizioni di pregio Qiqajon,

un’anomalia “ospitale” che nel tempo si è rafforzata anche con un accento imprenditoriale.

E, infine, come dimostra l’ultima esperienza di vita insieme tra un gruppo di sorelle di Bose

e un altro gruppo di suore Benedettine al monastero di Civitella San Paolo, nei pressi di

Roma, un’anomalia comunionale. Un’esperienza comunque unica nel panorama religioso

italiano.

Generazione Bose ma anche, a causa dell’eccessiva esposizione mediatica di Enzo

Bianchi, anti-generazione Bose. Perché se è vero che tanti sono cresciuti sotto l’ombra dei

sermoni di Enzo Bianchi, altrettanto va detto che invidia e gelosie hanno fatto breccia

ovunque. Invidia e antipatie che sono cresciuti in maniera esponenziale soprattutto nel

2013, quando, in occasione dei 70 anni di Enzo Bianchi, l’editrice Einaudi, caposaldo della

cultura laica, gli ha dedicato un libro dal titolo La sapienza del cuore. Omaggio a Enzo

Bianchi, una raccolta di scritti di personaggi noti che non hanno lesinato a omaggiare

appunto il fondatore, salvo poi inabissarsi in un colpevole silenzio, almeno pubblico, in

questa fase di crisi della Comunità.

Per rimanere all’attualità, nell’ultimo comunicato pubblicato dalla Comunità di Bose, c’è

scritto che «a partire dai prossimi giorni, dunque, per il tempo indicato nelle disposizioni,

essi vivranno come fratelli e sorella della Comunità in luoghi distinti da Bose e dalle sue

Fraternità». Questo fa presagire che i quattro allontanati, siano ancora, di diritto e di

dovere, fratelli e sorelle della Comunità. Ciò significa che non sono stati cacciati, ma

semplicemente allontanati. E, suppongo, avranno diritto di voto, come gli altri, alla

prossima elezione del capitolo. Nello stesso tempo, sento un po’ di stridore tra la parola

“fraternità”, tanto usata sia in questo che in altri comunicati, e la sua effettiva difficoltà,

almeno in questo caso, a essere praticata.

Il tempo e il silenzio su tutta l’intera vicenda di questi giorni ma anche sulla storia della

Comunità di Bose sarà buon giudice. Oggi c’è una novità, e non di poco tempo. La storia

di vita di Bose è stata derubricata a faccenda ecclesiale.

Mi auguro che i passi in avanti che si andranno per forza a fare, abbiano almeno il coraggio di guardare anche un po’ indietro. La memoria e il futuro. Ne abbiamo tutti bisogno.

 

Allegati:
Scarica questo file (12.6 Monastero di Bose.pdf)12.6 Monastero di Bose.pdf[ ]339 kB
Stampa

Ritorno all'aperto

Scritto da Manuela Abbate. Postato in Notizie Acli

Non ricordo negli ultimi anni una primavera così bella. Mentre il mondo deve affrontare una emergenza mai conosciuta prima. Pensiamo alla fase due come ad una lenta risurrezione dal trauma. La nostra fantasia vorrebbe tagliare finalmente i ponti con l'orrore, dimenticare l’incubo, ricominciare, pensare l’inizio come un ricupero del mondo com’era prima del virus, la sua guarigione come una restitutio ad integrum. Ma questa è, appunto, solo una fantasia infantile e fatalmente regressiva che vorrebbe sopprimere l'asperità della terra di mezzo: il disastro non è infatti alle nostre spalle perché vi siamo e vi saremo ancora tutti immersi per molto tempo. Il tempo critico e doloroso del trauma non è finito ma, anzi, condizionerà pesantemente il nostro avvenire. Sicché la riapertura (fase 2) non è la semplice antitesi della tesi della chiusura (fase 1), per la semplice ragione che l’intrusione del virus nelle nostre vite non si è esaurita. Il ritorno all’aperto, come stiamo sperimentando in modo più o meno perturbante in questi giorni, non segna affatto un taglio netto con il trauma che abbiamo vissuto, ma ci confronta con una sua nuova versione. Uscire di nuovo non coincide con l'uscire dal pericolo, ma con l’entrare in esso in una relazione differente. Questo significa che la ripartenza non è una regressione a com'era prima, ma implica necessariamente un nuovo traumatismo. Siamo obbligati ad un’operazione difficile, anche emotivamente e psicologicamente, di integrazione. La sicurezza del confinamento deve lasciare il posto ad una inedita convivenza forzata con il virus. Riapriamo perché è necessario per evitare che il nostro Paese finisca in una disperata terapia intensiva, ma riapriamo nell'inevitabile alterazione delle nostre abitudini. Con un ulteriore problema: la transizione che caratterizza questa fase non può essere pensata come un percorso già tracciato, definito con chiarezza, ma solo come una necessità. Nessuno può dire con certezza quello che accadrà; gli stessi esperti mostrano che la loro cultura rivela i propri limiti dove inizia quella della responsabilità individuale e collettiva che è e sarà la vera protagonista di questa strana convivenza. Lo psicoanalista Bion parla di “cambiamento catastrofico” per descrivere un tempo di riassestamento dell’organizzazione psichica di fronte ad uno scenario impensato. È necessario abitare il tempo dell’incertezza e della paura per trovare un varco nell’incertezza e nella paura. È necessaria la capacità di sostare di fronte all’indefinito senza precipitarsi a trovare soluzioni improvvisate che potrebbero rivelarsi più dannose del male che intendono curare. In questo contesto di precarietà però un punto mi pare certo: alla potenza inimmaginabile del trauma che ha devastato le nostre vite, bisogna rispondere con una potenza reattiva altrettanto inimmaginabile. Questo significa che la de-burocratizzazione non deve essere solo una misura tecnica necessaria per snellire il funzionamento delle nostre istituzioni, ma deve coincidere con l'acquisizione di una postura mentale inedita che ci consenta davvero di distinguere l'essenziale dall'inessenziale. Dovremmo forse guardare al pensiero artistico per imparare a stare all'aperto in una condizione di incertezza e precarietà, senza rinunciare alla creatività, all’invenzione, all’immaginazione? La politica per prima: non si pieghi alla scienza, come accadde in passato con la magistratura o l'economia, ma sia capace di invenzione, di pensieri grandi, di parole all'altezza del dramma che stiamo vivendo. Impari dall’arte a trasformare le ferite in poesia, a rispondere al trauma con la generazione di forme di esistenza nuove. Se ci deve essere riapertura è la politica che dovrebbe dare l’esempio di come inaugurare una stagione inedita nella quale il cambiamento non sia vissuto come un pericolo dell'ordine costituito, ma come una grande possibilità. È la partita che sta stringendo l’Europa all'angolo: la sua esistenza si rivelerà solo burocratica o saprà dare prova della sua forza e del suo coraggio? L’occasione che le nostre istituzioni hanno è storica: ricuperare la loro dignità mostrandosi in grado di farsi umane, commoventi, misteriose e poetiche, come direbbe Pasolini, oppure naufragare in un mare di carta.

Stampa

«È stata vinta una grande battaglia sull'emersione del lavoro in nero» da VITA

Scritto da Manuela Abbate. Postato in Notizie Acli

«Ho appena finito di mandare 400 tweet di ringraziamento a tutti i docenti che con me si sono mobilitati sottoscrivendo l'appello al Governo per ottenere questa misura che assicura dignità e salute a molti lavoratori stranieri presenti in Italia e sfrutttati», dice Leonardo Becchetti, economista all'Università di Tor Vergata a Roma. In effetti a fine aprile 400 professori avevano inviato un appello al Governo per chiedere che per motivazioni non soltanto umanitarie, ma anche sanitarie, di sicurezza, economiche e sociali occorreva dare l’opportunità della regolarizzazione degli irregolari. Era scritto nell'appello: “proponiamo dunque di estendere a tutti gli altri settori produttivi oltre quello agricolo la regolarizzazione dei migranti irregolari. La via suggerita è quella di una sanatoria tramite dichiarazione di un datore di lavoro che consente di ottenere un permesso di soggiorno e lavoro temporaneo che, finita la fase di emergenza, sarà sottoposto all’iter previsto per questi tipi di permesso”.

Professore non è andata proprio come avete chiesto, però. Leonardo Becchetti: Il governo ieri ha accolto alcune delle proposte contenute nell’appello. In particolare la possibilità di emersione dall’irregolarità, la sua estensione oltre il settore agricolo a colf e badanti e la presenza di una doppia via da esperire in una finestra di 45giorni (1 giugno-15 luglio) regolarizzazione da parte del datore di lavoro, emersione per iniziativa del lavoratore irregolare che dà diritto ad un permesso temporaneo di 6 mesi per trovare lavoro.
Non è quasi mai possibile che il risultato finale del percorso coincida con il nostro first best individuale. È però una parziale soddisfazione vedere che la fatica ha prodotto qualche frutto e che qualcosa di quello che si chiedeva è stato ottenuto.

È significativo che le protagoniste della battaglia dentro il Governo per finalizzare la misura siano state due ministre

Becchetti: Verissimo lo pensato anch'io stamattina e ho visto che Teresa Bellanova lo ha addirittura esplicitato quando ha ringraziato la compagna di questo percorso, Luciana Lamorgese, ministro dell'Interno. C'è qualcosa della sensibilità femminile nella loro battaglia in sede governativa, della tenacia tipica delle donne capace di tenere il punto senza forzare rotture.

Cosa apprezza di più di questo articoloe 110 bis?

Becchetti: Il fatto che permetta l'emersione del lavoro nero riportando a una condizione di legalità una realtà di lavoratori impiegati come braccianti, colf e badanti in nero. Verranno regolarizzati tutti coloro che hanno un permesso di soggiorno scaduto, quindi centiania di migliaia di badanti che vivono nelle nostre famiglie. Inoltre vengono regolarizzati i lavoratori agricoli che hanno lavorato in agricoltura che possono chiedere, senza un datore di lavoro che li accompagni, un permesso di soggiorno temporaneo e quando esibiscono un rapporto di lavoro passato in agricoltura, possono ricevere un permesso di lavoro per 6 mesi. In queste settimane stiamo scoprendo che la frutta e verdura non crescono al supermercato, ce ne stiamo accorgendo dai prezzi. Ecco, Teresa Bellanova ha ragione quando dice che con questa misura lo Stato ha mostrato di essere più forte del caporalato. perchè così si dà uno stopo alla concorrenza al ribasso nel mercato del lavoro. L'Articolo 110 bis giustamente si dice che “la retribuzione convenuta, deve essere non inferiore a quella prevista dal contratto collettivo di lavoro di riferimento stipulato dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”. Ora una parte delle forze politiche urleranno contro la sanatoria Becchetti: Ma che sanatoria qui si trattava di ridare dignità civile a migliaia di persone che vivono e lavorano tra noi e che avevamo lasciato alla gestione di mafie e criminalità. Le tifoserie contro devono riconoscere che è un passo avanti sanitario, economico, sociale ed ovviamente una conquista di civiltà e di umanità

Stampa

Bene la cassa integrazione, serve più coraggio su famiglie, terzo settore e futuro

Scritto da Manuela Abbate. Postato in Notizie Acli

“Il Decreto Rilancio approvato dal Consiglio dei Ministri è positivo per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali e il contrasto alla vulnerabilità sociale, per quanto ci saremmo aspettati qualche sforzo di più” afferma il Presidente nazionale delle Acli, Roberto Rossini. “Sulle politiche familiari occorre più coraggio. Per le fasce più deboli bene l’ampliamento del bonus a favore di colf e badanti. Sul contrasto alla povertà ci si aspettava un tagliando al reddito di cittadinanza. Il permesso di soggiorno di sei mesi per tutti i lavoratori stranieri irregolari è una misura che accogliamo con favore, ma è una copertura temporanea che sembra considerare più l’utilità economica dei migranti. Ricordiamo infine che abbiamo sempre sostenuto le situazioni di maggior criticità e difficoltà, siamo stati anche riconosciuti nel nostro ruolo, ma ci saremmo aspettati un sostegno più concreto e incisivo, perché nel momento del bisogno il terzo settore ha dimostrato di esserci.

Sul piano del rilancio economico, le risorse messe in campo per lo sgravio dell’Irap e per l’ecobonus finalizzato alle ristrutturazioni insieme allo snellimento delle procedure burocratiche per accedere ai bonus, sono sicuramente importanti e rappresentano un aiuto immediato per i lavoratori e le imprese, ma crediamo che per far ripartire l’Italia sia necessario tracciare le linee per un piano di investimenti, dopo aver individuato quali ambiti oggi ci possano avviare verso un nuovo sviluppo, che abbia come leve la green economy e la formazione professionale. Se non è un’idea di futuro a guidarci, si rischia di perdersi in una serie di misure che possono aiutare ma rischiano anche di aumentare la burocrazia.

Allegati:
Scarica questo file (bene la cassa integrazione.pdf)bene la cassa integrazione.pdf[ ]300 kB